Kobe, il giorno del ricordo

17 01 2009

Il 17 gennaio 1995 una violentissima scossa di terremoto svegliava la città di Kobe. Erano le 5:46 del mattino. In una manciata di secondi  interi quartieri vennero rasi al suolo, oltre 5000 persone persero la vita, e molti fra coloro che si salvarono si ritrovarono senza un tetto.

Le drammatiche immagini trasmesse dalle tv di tutto il mondo mi convinsero che le fantasie dei mangaka, che avevano disegnato scene apocalittiche di una terra che si fende in due, non erano poi così assurde come sempre mi erano apparse.
Realtà e fantasia: di fronte ad immagini tanto devastanti, davvero se ne dimenticano i confini. La natura è imprevedibile, anche per un paese avvezzo e allenato ai sismi come il Giappone. Le fotografie scattate a Kobe dopo il terremoto da Ryuiji Miyamoto possono dare la misura dei danni morali e materiali che la città subì.

Ripenso ora alle parole composte di Y., cittadina di Kobe e giunta in Italia per studiarne l’arte. Erano ormai passati tre anni, la sua città era tornata a vivere. Mi raccontò di aver perso un’amica ma con una semplicità che mi colpì. Non aggiunsi altre domande, non mi sembrava il caso di rievocare un triste ricordo, il dolore a volte si esprime muto. Così camminando mi ricordai di una cartolina che mi aveva spedito, chissà quando: quella romantica nave tutta illuminata di notte, all’orizzonte, pareva sfiorare la luna. Tornammo a parlare del domani.

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(“Port of Kobe Earthquake Memorial Park “, Photo Hyougushi, alcuni diritti riservati





Il lungo viaggio di Iwakura

30 07 2008

Nel lontano 1871 il giovane governo Meiji inviava negli Stati Uniti ed Europa un’ambasceria formata dai maggiori leaders politici del tempo. La delegazione, composta in tutto da 46 persone, era guidata dall’ambasciatore Iwakura Tomomi ed accompagnata, in qualità di vice ambasciatori, dai ministri Kido Tadayoshi, Itō Hirobumi ed Ōkubo Toshimichi.

I tempi erano ormai maturi per liberarsi dei trattati ineguali precedentemente imposti dalle potenze straniere e la via più breve per l’indipendenza nazionale parve il rinnovamento (ishin 維新)  del paese. Scopo della missione era anche ricercare all’estero nuovi e compatibili modelli di modernizzazione delle strutture sociali, economiche e politiche, senza tuttavia cadere in un cieco culto dell’Occidente.
Il Giappone era appena uscito dal feudalesimo Tokugawa ma conservava ancora dei retaggi del passato; inoltre era privo di una moderna costituzione, fatto che lo poneva in una posizione impari nel confronto internazionale.

La missione si concluse nel settembre del 1873, dopo aver toccato ben 13 paesi fra i quali anche l’Italia. Il primo obiettivo non era stato raggiunto ma la missione Iwakura avrà comunque delle conseguenze notevoli. Stupiti positivamente dalle grandi coltivazioni, industrie, ferrovie e scuole occidentali gli ambasciatori giapponesi riferirono in patria le nuove conoscenze: pochi anni dopo vedranno la luce il Rescritto Imperiale sull’Educazione (1890) ed una prima Costituzione (1889). Fu così che il sistema educativo giapponese venne strutturato sul modello liberale statunitense mentre la Costituzione venne elaborata sul modello prussiano che meglio si adattava a sostenere il sistema imperiale.

  

La missione Iwakura a Londra (1872). Al centro, seduto, l’ambasciatore.
(commons.wikimedia.org)

Paesi visitati dalla missione: Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi, Russia, Prussia, Germania, Danimarca, Svezia, Austria, Italia, Svizzera.





Giapponesi del Brasile, cento anni dopo

21 07 2008

Nel giugno del 1908 la Kasato Maru raggiungeva il porto di Santos (San Paolo) con a bordo, oltre all’equipaggio, 165 famiglie di contadini giapponesi. Per tre mesi avevano navigato l’oceano portando nel cuore la speranza di una vita migliore e di nuove terre da coltivare. Ad attenderli trovarono sterminate piantagioni di caffé, un lavoro duro fatto di fatica e lunghe ore sotto il sole, salari bassi, nostalgia per la madre patria che quell’esodo aveva dovuto incoraggiare. Il Brasile, dal canto proprio, aveva urgente bisogno di manodopera per continuare ad esportare nel mondo le proprie merci. Così braccianti europei ed asiatici giunsero a milioni, per oltre cinquanta anni, nella terra della saudade, compresi i nostri italiani. Leggi il seguito di questo post »





Il Giappone perduto

15 07 2008

Una donna viene trasportata per le vie della città su una portantina (kago) -commons.wikimedia.org

 

La foto (un dagherrotipo colorato a mano) risale probabilmente alla fine del 1800 ed è uno dei tanti ritratti fatti dal barone austriaco Raimund von Stillfried (1839-1911), fra i primi fotografi occidentali (insieme al nostro Felice Beato) a raggiungere il Giappone e a dare un forte impulso alla nascita dei primi studi fotografici giapponesi e alla diffusione delle moderne tecniche fotografiche. Si tratta di foto molto significative, non solo ai fini della ricostruzione storica, ma anche perchè documentano esplicitamente con quale curiosità e stupore l’Europa di fine ’800 guardasse al Giappone.





Le mille gru di Sadako

20 06 2008

Sasaki Sadako aveva appena due anni quando, quel maledetto 6 agosto del 1945, Little Boy precipitò sulla città di Hiroshima.
La bimba si salvò, tanti altri suoi coetanei invece morirono. La guerra finiva tragicamente per il popolo giapponese, tra l’umiliazione della sconfitta e migliaia di vite umane ridotte in polvere insieme alla bomba. Bisognava ricominciare da zero e questo fece il popolo giapponese.
Sadako intanto, nell’entusiasmo della sua giovane età, cresceva forte e piena di aspettative, amante della vita e dello sport. Un giorno però qualcosa andò diversamente: Sadako arrivò stremata alla fine di quella pista da corsa che l’aveva sempre vista arrivare prima. In breve tempo le venne diagnosticata una grave forma di leucemia, malattia che la costrinse a ricordare il mattino che dal cielo era caduta quella strana pioggia nera.
Giungeva così per Sadako il momento della sua ultima corsa, della sua gara contro il tempo: creare mille origami per esorcizzare la morte, per continuare a sperare nella vita. Leggi il seguito di questo post »





Hinomaru e Kimigayo.

6 06 2008

Chissà quante volte l’avremo vista agitare gioiosamente in occasione di eventi sportivi da folle festose di giapponesi o riprodotta in piccolo sulle nostre felpe o jeans occidentali. La bandiera in questione si chiama Hinomaru 日の丸 “cerchio del sole” (hi no maru) ed è l’emblema della nazione giapponese nel mondo. Il cerchio rosso visibile al centro del campo bianco sta a rappresentare il Sole che sorge all’alba. Secondo un’antica leggenda narrata nelle antiche fonti la stessa famiglia imperiale discenderebbe in linea diretta dalla dea solare Amaterasu Omikami, così come pure lo stesso nome di nazione Nihon 日本 è legato alla medesima immagine solare.
Il simbolo quindi ha radici antichissime che si perdono nella mitologia e sin da subito gli occidentali, giunti lì con le loro navi nel 1853 a forzare l’apertura del paese, impararono ad identificarlo sui mercantili nipponici come il vessillo dell’Impero del Sol Levante. Lo Hinomaru venne ufficialmente adottato come bandiera nazionale nel 1870. Dopo alterne vicende e trascorso il buio periodo della seconda guerra mondiale, è stato reintrodotto come bandiera ufficiale della nazione giapponese nel 1999 dell’attuale era Heisei, con un decreto legge assieme al Kimigayo, o Inno nazionale.
Il Kimigayo 君が代 (“Regno dell’Imperatore”: Kimi , letteralm.“tu”, sta per Imperatore 天皇) è in realtà un’antica tanka (poesia giapponese di 31 sillabe) tratta dal Kokinshū, antologia poetica del X secolo. Le parole, ripetute ben due volte, sono attribuite al celeberrimo poeta di corte Ki no Tsurayuki (872 – 945) e pare si riferissero alla dama da lui amata.
La musica è stata invece composta nel 1880 da Hiromori Hayashi.

 

Kimi ga yo wa
chiyo ni yachiyo ni
sazare ishi no
iwao to narite
koke no musu made


Eccone una traduzione molto letterale reperibile rete: “Possa il Tuo Regno durare per mille anni, per ottomila generazioni, sino a che i sassi non diventino roccia e su questa cresca il muschio” (traduzione tratta da Wikipedia)

 


Hinomaru e Kimigayo
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