Il 17 gennaio 1995 una violentissima scossa di terremoto svegliava la città di Kobe. Erano le 5:46 del mattino. In una manciata di secondi interi quartieri vennero rasi al suolo, oltre 5000 persone persero la vita, e molti fra coloro che si salvarono si ritrovarono senza un tetto.
Le drammatiche immagini trasmesse dalle tv di tutto il mondo mi convinsero che le fantasie dei mangaka, che avevano disegnato scene apocalittiche di una terra che si fende in due, non erano poi così assurde come sempre mi erano apparse.
Realtà e fantasia: di fronte ad immagini tanto devastanti, davvero se ne dimenticano i confini. La natura è imprevedibile, anche per un paese avvezzo e allenato ai sismi come il Giappone. Le fotografie scattate a Kobe dopo il terremoto da Ryuiji Miyamoto possono dare la misura dei danni morali e materiali che la città subì.
Ripenso ora alle parole composte di Y., cittadina di Kobe e giunta in Italia per studiarne l’arte. Erano ormai passati tre anni, la sua città era tornata a vivere. Mi raccontò di aver perso un’amica ma con una semplicità che mi colpì. Non aggiunsi altre domande, non mi sembrava il caso di rievocare un triste ricordo, il dolore a volte si esprime muto. Così camminando mi ricordai di una cartolina che mi aveva spedito, chissà quando: quella romantica nave tutta illuminata di notte, all’orizzonte, pareva sfiorare la luna. Tornammo a parlare del domani.
(“Port of Kobe Earthquake Memorial Park “, Photo Hyougushi, alcuni diritti riservati)


Nel giugno del 1908 la Kasato Maru raggiungeva il porto di Santos (San Paolo) con a bordo, oltre all’equipaggio, 165 famiglie di contadini giapponesi. Per tre mesi avevano navigato l’oceano portando nel cuore la speranza di una vita migliore e di nuove terre da coltivare. Ad attenderli trovarono sterminate piantagioni di caffé, un lavoro duro fatto di fatica e lunghe ore sotto il sole, salari bassi, nostalgia per la madre patria che quell’esodo aveva dovuto incoraggiare. Il Brasile, dal canto proprio, aveva urgente bisogno di manodopera per continuare ad esportare nel mondo le proprie merci. Così braccianti europei ed asiatici giunsero a milioni, per oltre cinquanta anni, nella terra della saudade, compresi i nostri italiani. 
Sasaki Sadako aveva appena due anni quando, quel maledetto 6 agosto del 1945, Little Boy precipitò sulla città di Hiroshima.




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