
Si legge kai ed è l’ideogramma con cui viene indicato il piano degli edifici. Ma attenzione! Quello che per noi è il pianterreno, per i giapponesi è invece il primo piano. Di conseguenza al nostro primo piano corrisponderà il secondo piano.

Si legge kai ed è l’ideogramma con cui viene indicato il piano degli edifici. Ma attenzione! Quello che per noi è il pianterreno, per i giapponesi è invece il primo piano. Di conseguenza al nostro primo piano corrisponderà il secondo piano.
CURIOSITA’: come si fanno gli auguri in giapponese?
Dunque, visto che siamo ancora nel vecchio anno (ancora per poco però!), si usa dire “yoi o toshi wo” よいお年を. Quando invece entreremo nel 2009, allora sarò meglio ricorrere all’espressione “akemashite omedetō” 明けましておめでとう che corrisponde al nostro “Felice Anno Nuovo”.
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I giapponesi, per indicare il proprio paese, utilizzano due ideogrammi.
Il primo nichi 日significa “sole”, il secondo hon 本 “origine”. Dalla contrazione di questi due ideogrammi, letti secondo la pronuncia cinese (modificata però in base alla fonetica giapponese) è nato il termine Nihon (o Nippon, da quì l’aggettivo “nipponico”). Il Giappone è quindi il paese “all’origine del sole“.
Ovunque l’Italia è nota come un paese superstizioso e l’antidoto più usato contro paure e cose di cattivo augurio sono le nostranissime corna o amuleti portafortuna come ferri di cavallo e simili. Tuttavia se in Giappone il fiore per eccellenza delle nozze è il crisantemo, in Italia lo stesso è associato al lutto ed ai funerali. Quindi ogni paese ha le proprie scaramanzie e numeri “meno buoni”.
Una delle prime cose che ci dissero insegnandoci a contare in giapponese è che il numero 4 (四) è meglio pronunciarlo yon anziché shi. La lingua giapponese ha, infatti, due tipi di pronunce per i caratteri kanji 漢字, quella giapponese e quella sino-giapponese. La lettura shi indicherebbe dunque sia il numero 4 che la parola morte (shi 死, appunto). Quindi è consigliabile la prima pronuncia, per non rischiare di mettere in imbarazzo il nostro interlocutore. La naturale antipatia per il numero 4 è però anche cinese, coreana. Quindi difficilmente troverete una camera d’albergo, d’ospedale o posto aereo segnalati col numero 4, che non è molto amato neanche nelle numerazioni telefoniche.
Lo stesso numero 9 (九) se pronunciato ku (e non kyuu) viene associato all’idea di dolore, agonia.
Al contrario il numero 8 (八) è ritenuto sia in Cina che in Giappone un numero molto fortunato dato l’ideogramma con cui si scrive che suggerisce l’idea di allargamento, quindi di prosperità futura (basti pensare alla data d’inaugurazione dei giochi olimpici di Pechino: 8.8.2008).
Forse in Italia i giovani li ricordano ancora ma non se ne servono più perché li identificano coi discorsi noiosi e a volte severi dei propri nonni. Probabile che la stessa cosa accada anche in Giappone, dove il linguaggio è sempre in continua evoluzione ed i ragazzi preferiscono attingere le loro espressioni preferite dalle canzoni rock, dagli scrittori di nuova generazione, per comunicare più velocemente fra loro. Non è forse così?
Eppure la citazione di un proverbio in Oriente (soprattutto in Cina) ha sempre riscosso una certa ammirazione, perché nel proverbio è racchiuso tutto il buon senso popolare e, indirettamente, le regole individuali o collettive socialmente ritenute valide, pertanto tramandate col proverbio.
Di seguito farò qualche esempio, per mostrare come certi detti giapponesi (o Kotowaza ことわざ) siano assimilabili nel contenuto ai nostri italiani. Chiaramente ho scelto dei proverbi semplici e brevi, poiché a volte sono davvero impossibili da tradurre, soprattutto se si avvalgono d’espressioni dialettali o cadute in disuso col tempo.
一石二鳥 (Isseki nichô): “Due uccelli, una pietra” = Prendere due piccioni con una fava.
蛙の子は蛙 (Kaeru no ko wa kaeru): “Il ranocchio è figlio della rana”= Tale padre, tale figlio.
明日は明日の風が吹く(Ashita wa ashita no kaze ga fuku): “Domani soffierà il vento di domani” = Domani è un altro giorno.
失敗は成功のもと (Shinpai wa seikô no moto) “La sconfitta è l’origine della vittoria” = Sbagliando s’impara.
口は災いの門 (Kuchi wa wazawai no kado): “La bocca è la porta della sventura” = Il silenzio è d’oro.
Ci sono poi dei kotowaza che, ad una prima lettura, sono incomprensibili poiché fanno riferimento ad aspetti storici, mitologici e folcloristici, letterari, sociali giapponesi. Essendo la cultura tradizionale giapponese strettamente legata all’agricoltura, molti di essi sono legati a questo mondo e alle sue pratiche. Molti richiamano gli antichi insegnamenti buddisti o, più spesso, alla filosofia morale cinese, di stampo confuciano. Quindi alcuni detti possono essere indicativi del pensiero e costume sociale giapponesi. Sicuramente sono fra i più interessanti ed avvincenti.
早起きはサ三文の得 (Hayaoki wa sanmon no toku): “Svegliati presto ed otterrai 3 mon”. Mon era un’antica moneta giapponese. Come dire: Il mattino ha l’oro in bocca.
花より団子 (Hana yori dango): “Meglio un dango che un fiore”.
I Dango sono dei tipici dolcetti giapponesi. Non occorre essere troppo raffinati, meglio guardare alla concretezza dei fatti che alle parole. Così allo stesso modo è meglio ricevere una gratifica che una lode.
馬の耳に念仏 (Uma no mimi ni Nembutsu): “Recitare il Nembutsu nelle orecchie del cavallo”.
Il Nembutsu è un’antica preghiera a Buddha. Quindi è una metafora per indicare qualcosa che è inutile, senza scopo.
河童に水練 (Kappa ni suiren): “Insegnare a nuotare ad un Kappa”.
Il Kappa è una creatura acquatica che nelle antiche leggende popola i laghi, fiumi e stagni del Giappone. E’ un abile nuotatore, tanto che esiste, in merito, anche un detto altrettanto famoso: “Kappa no kawa nagare” (un Kappa che affoga) usato per dimostrare che anche una persona molto esperta può sbagliare. Può succedere no? Tuttavia pretendere di insegnare ad un Kappa a nuotare vale a dire fare una cosa perfettamente inutile se non ridicola.
当らず障らず (Atarazu sawarazu): “Chi non si avvicina non tocca”.
E’ un’espressione che ricorda che è sempre meglio non esporsi troppo nella vita sociale, non compromettersi. Sawarazu infatti indica il contatto con un oggetto o un ostacolo.
郷に入っては郷に従え (Gou ni itte wa gou ni shitagae): “Quando vai in un gou, devi uniformarti al gou”. Il gou era il villaggio, la più piccola unità amministrativa. Quindi il proverbio vuole dire che quando si va in un paese diverso dal nostro, bisogna osservare le regole e costumi altrui.
出る杭は打たれる (Deru kui wa utareru): “ Il palo che spunta viene abbattuto”.
Chi non si conforma agli altri ma vuole primeggiare, verrà schiacciato in quanto è negativo “sporgere” più degli altri. Viene ancora ribadita l’esigenza giapponese di scoraggiare le differenze all’interno di un gruppo, in modo tale che nessuno emerga più degli altri. Ma ce ne sono altri di detti simili che ribadiscono lo stesso concetto.
Fra questi quale vi è piaciuto di più?
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