“Terremoto nel nord del Giappone, morti, perdita in centrale nucleare” Violenta scossa sismica nell’isola giapponese di Honshu provoca sei vittime e vari danni. Leggi articolo su: repubblica.it del 14/06/2008
“25enne accoltella passanti a Tokyo: 7 morti e 10 feriti” Nel quartiere centrale di Akihabara di Tokyo un giovane, in preda alla disperazione, investe col camion dei passanti, poi scende e ne accoltella altri. Bilancio tragico: 7 morti e 10 feriti. Leggi articolo su: rainews24.it del 08/06/2008
“Giappone: il Parlamento riconosce il popolo Ainu” di (S.G.)
Gli Ainu, una minoranza etnica stanziata nell’ isola settentrionale dell’Hokkaidō, vengono ufficialmente riconosciuti e tutelati dal parlamento giapponese nel loro patrimonio culturale e linguistico. Leggi articolo su: oecumene.radiovaticana.org del 07/06/2008
“Petrolio a 140 dollari spaventa, allarme Usa eAsia” di Antonio Fatiguso
Gli Usa e i 5 paesi asiatici presenti ad Aomori-Giappone (sede del G8 dei Ministri dell’Energia) esprimono tutta la loro preoccupazione per l’andamento dei prezzi del greggio e chiedono stabilità e trasparenza in nome di uno “sviluppo sostenibile”. Leggi articolo su: ansa.it del 07/06/2008
Sono una vera forma d’intrattenimento, molto seguiti, tanto che spesso vi compaiono personaggi famosi giapponesi e non. Dati i lauti compensi, sono molte le stars che hanno girato (e girano tuttora) degli spots commerciali in Giappone, come negli anni ‘ 90 la celebre Madonna che, in versione samurai, reclamizzò la purezza di un noto liquore o ancor prima un giovane ed in forma Sylvester Stallone filmato mentre sorseggia una celebre birra nipponica.
E chi l’avrebbe detto che l’eroe del wrestling americano, al fresco di un buon climatizzatore, fosse tanto tenerone? Hulk Hogan. Erroneamente è stato scritto che si tratta di spot in lingua cinese.
Va poi detto che spesso sono anche divertentissimi! Un samurai contro gli scarafaggi
Se c’è un popolo che ripone grande attenzione alla bellezza di una carta questo è il popolo giapponese. Qualsiasi sia il valore dell’oggetto o messaggio da esso accompagnato, resterete stupiti dalla miriade di colori, fantasie, tecniche con cui ogni carta viene realizzata o addirittura ripiegata. Chi non ha mai visto un origami?
Oggi però ripercorreremo la storia millenaria della principessa per antonomasia fra le carte giapponesi, la pregiatissima Washi 和紙, meglio nota come “carta di riso”.
CENNO STORICO La carta venne introdotta dalla Cina sotto il regno dell’imperatrice giapponese Suiko (VI sec. d.C), importata da due monaci coreani. Il fatto non si può dire di certo casuale, in quanto la carta fu lo strumento con cui il Buddismo Mahayana, quindi le sacre scritture si andarono diffondendo. L’imperatrice Suiko e suo nipote Shotoku Taishi furono i principali fautori dell’ingresso ed accettazione della cultura cinese in Giappone. Quindi la vicina Corea (dove la carta cinese era già giunta) funse, almeno inizialmente, da intermediario culturale, finché tra i due imperi non si aprirono ufficialmente dei rapporti diplomatici.
La carta cinese veniva prodotta artigianalmente con le fibre vegetali di due arbusti, la canapa ed il gelso e tale tecnica di lavorazione, che prevedeva l’impiego delle corteccia, è attestata in Cina sin dal II sec.a.C. Tuttavia va detto che essa entrerà come protagonista dell’arte calligrafica cinese solo due secoli più tardi, in sostituzione delle ingombranti tavolette di bambù o della più costosa seta.
E come in Cina anche in Giappone la carta divenne, insieme al pennello, il simbolo e lo strumento d’espressione della classe colta dell’Impero e l’unico mezzo per preservarne di questo la memoria ai posteri. L’imitazione dell’apparato statale e complessa struttura burocratica cinese comportò un aumento della richiesta di produzione della carta, impiegata soprattutto per la compilazione dei registri di stato oltre che per la copia dei sutra buddisti.
Ma se i primi 100 anni del periodo Heyan (794-1185) trascorsero sotto l’egemonia culturale del prestigioso impero cinese, terminate ufficialmente nell’anno 894 le relazioni diplomatiche fra i due paesi, il Giappone comprese che oramai era giunto il tempo di camminare con le proprie gambe e dare vita ad una cultura autoctona, che parlasse giapponese. Fiorirono infatti, soprattutto sotto il dominio a corte della famiglia Fujiwara (950-1050), una scrittura e letteratura ed arte nazionali.
Fu così che i giapponesi scoprirono anche il vantaggio che poteva dare l’utilizzo d’alcuni alberi e arbusti autoctoni come il forte ma flessibile kōzo (varietà di gelso giapponese) che, con le sue lunghe fibre, permise loro di fabbricare una carta più robusta e resistente. Finiva perciò l’imitazione della carta cinese e nasceva la nazionalissima Washi(wa: Giappone; shi: carta), la cui fabbricazione fu affidata a piccole industrie locali che ne tramandarono l’arte, perfezionandone le tecniche, di generazione in generazione. Ancora oggi alcune località del Giappone sono note per essere specializzate nella lavorazione della washi, prima fra tutte Echizen.
Chiaramente sono molto più numerose le fibre utilizzate e da queste sono nati vari tipi di washi: la carta Chosi 楮纸 (ricavata dal gelso kōzo), l’antica Gampishi 雁皮纸 (dal gampi), la Mashi 麻纸 (dalla canapa asa), la Mitsumatashi 三桠纸 (da una pianta simile al gampi ma coltivabile) e via dicendo.
Caratteristiche della washi sono una certa resistenza al tatto, all’umidità; vanta inoltre una facile lavorazione,trasparenza e luminosità, elementi questi che ne hanno permesso fino ai nostri giorni un’ampia applicazione. Tuttora lampade in carta washi vengono prodotte sui modelli di quelle più antiche (intramontabile la collezione Akari di Isamu Noguchi), come pure shoji e fusuma, in quanto la washi consente alla luce di filtrare delicatamente all’interno dell’abitazione.
Nagashi-suki: la creazione della carta La tecnica tradizionale detta Nagashi-suki 流し漉きprevede varie fasi. 1. Le fibre (dopo essere state raccolte, cotte e pulite) vengono immerse in una vasca colma d’acqua e mescolate bene con un pettine di bambù ed un bastone. Viene poi aggiunta delle sostanze molli vegetali in modo tale che le fibre non si annodino fra loro. 2. Utilizzando il do (schermo fatto di strisce di bambù tenute insieme da fili di seta) e il keta (una sorta di cornice lignea), la miscela viene spostata energicamente avanti ed indietro e scossa ripetutamente fino a formare il foglio. Il procedimento è ripetuto più volte a seconda dello spessore che si vuole ottenere. Quando il foglio bagnato è pronto, il do viene separato dalla cornice keta e pressato per rimuovere l’acqua in eccesso. 3. Segue poi la fase dell’essiccaggio: secondo un antico metodo, che non prevede le odierne asciugatrici meccaniche, si fissa il foglio su delle tavole in legno, lo si spazzola ed infine lo si mette ad asciugare al sole e al vento. 4. Successivamente il foglio potrà essere trattato con sostanze chimiche o tinture speciali o addirittura decorato in vari modi durante lo stesso processo di produzione (ad esempio con disegni che richiamano le stoffe dei kimono, con foglie e fiori essiccati etc..).
Ogni carta washi ottenuta secondo il metodo tradizionale è pertanto unica, preziosa ed irripetibile.
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